giovedì 31 maggio 2012

La Legalità ha ancora un senso?

Prendo spunto dalla giornata della legalità di sabato 5 maggio a cui hanno partecipato le scuole di Riccione e durante la quale è stata consegnata la cittadinanza onoraria a Maria Falcone, sorella di Giovanni, per alcune riflessioni sul tema. In un'epoca come la nostra ha ancora senso riflettere su temi quali le virtù, i doveri, i valori? Vale la pena educare ad una "condotta" quando pare che tutti si lascino condurre dal nulla o quando si nota che i valori sembrano essere stati rimpiazzati dalle mode e le virtù sostituite dalle consuetudini? In un paese sempre più sconvolto da truffe, brogli, falsità, dove ogni senso di responsabilità sembra definitivamente demolito dall'indifferenza, che senso ha parlare di legalità? Mi sembra che la parola “legalità” abbia proprio perso di valore e serva solo ogni tanto a cancellare o “purificare” le nostre azioni o le nostre parole. E’ come se venisse usata solo per convenienza e non come pratica di integrità morale. Ma cos’è la legalità: è «insieme rispetto e pratica delle leggi, è un'esigenza fondamentale della vita sociale che promuovere lo sviluppo della persona e la costruzione del bene comune». Rispetto delle leggi e delle regole comuni imposte dallo stato, ma al tempo stesso pratica quotidiana di regole condivise e non scritte. Ricordo una bellissima frase di Don Ciotti che diceva che tutti noi abbiamo diritti, doveri ma anche responsabilità! Ed ognuno di noi, a cominciare dal semplice cittadino fino ad arrivare agli amministratori, è chiamato a testimoniare in maniera forte questa responsabilità. La legalità infatti è l'anello che salda la responsabilità individuale alla giustizia sociale, l'io e il "noi". E per ottenere questo non bastano le regole. Le regole funzionano se incontrano coscienze critiche, responsabili, capaci di distinguere, di scegliere, di essere coerenti con quelle scelte. Ma perché questa mancanza di legalità? Sicuramente è dovuta alla crescita dell’individualismo, alla tendenza a fare “i propri comodi” sentendosi comunque nella giustizia, ad una crescita della libertà individuale a discapito di quella collettiva. A tutto questo va sommato l'effetto negativo di certi comportamenti pubblici. Chi riveste un ruolo pubblico ha di fronte a sé una doppia istanza etica, individuale e sociale, perché deve rendere conto non solo a se stesso ma anche e soprattutto alla comunità. Quando il cattivo esempio arriva dall'alto, ha conseguenze particolarmente gravi sul senso di legalità. Allora mi chiedo: esiste un modo per educarci alla legalità? Innanzitutto penso che alla legalità ci si educhi insieme, costruendo una società viva, accogliente, eterogenea, formata da persone che sappiano vedere negli altri non un potenziale nemico ma un possibile amico. Ci si educa insieme ai rapporti umani, con tutto ciò che questo comporta: capacità di riconoscimento, di ascolto, di reciprocità, d'incontro, di accoglienza. Nella consapevolezza che la diversità non solo fa parte della vita ma è la vita, la sua essenza e la sua ricchezza. Non si può educare alla legalità se prima non si educa all’uguaglianza, ai diritti, ai doveri e soprattutto alle responsabilità. Maria Falcone quel giorno è stata molto diretta e concreta. Un passaggio in particolare mi ha colpito, quando parlava del bisogno impellente di educare alla religione del dovere attuando la strategia dell’essere “fratello” prima ancora di essere cittadino! Penso che per i nostri giovani, presenti in massa alla giornata, sia stata una bella testimonianza. Chiudo con le parole di giovanni Falcone: Gli uomini passano ma restano le idee che devono camminare con le gambi di altri. Sarebbe bello se le gambe fossero le nostre!!

giovedì 29 marzo 2012

"Italia responsabile della morte di 63 migranti"
Il rapporto del Consiglio d'Europa su episodio del 2011
Indagine sulla vicenda di oltre sessanta africani, lasciati morire di fame e di sete sulle loro imbarcazioni alla deriva nel Mar Mediterraneo. Colpe anche della Nato e della guardia costiere europea



Un barcone di migranti a Lampedusa (foto Ansa)
Strasburgo, 29 marzo 2012 - Fu una serie di errori commessi dalle navi della Nato e dalla guardia costiera europea a condannare 63 migranti africani a marzo del 2011, lasciati morire di fame e di sete sulle loro imbarcazioni alla deriva nel Mar Mediterraneo, dopo che le loro richieste di aiuto vennero ignorate. E' quanto si legge nel rapporto ufficiale redatto dal Consiglio d'Europa, dopo nove mesi di indagini, presentato oggi all'assemblea parlamentare.
Nel rapporto si legge anche che "l’Italia, come primo Stato ad aver ricevuto la chiamata di aiuto e sapendo che la Libia non poteva ottemperare ai propri obblighi, avrebbe dovuto assumere la responsabilità del coordinamento delle operazioni di soccorso". Il rapporto conclusivo sull’inchiesta è stato approvato oggi dal comitato per l’immigrazione dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.
Quinto conto energia: in arrivo nuovi tagli alle rinnovabili
27 Marzo 2012


"Uno scivolone del Governo sul fronte delle rinnovabili rappresenterebbe un duro colpo per un settore vitale del Paese"
Mentre a livello globale crescono gli investimenti nelle rinnovabili, in Italia si tenta ancora di ostacolare lo sviluppo di un settore che potrebbe invece essere determinante per l'economia del Paese. Stanno facendo molto discutere, infatti, le bozze del quinto conto energia fotovoltaico - circolate negli ultimi giorni - il cui contenuto, secondo gli operatori del settore, potrebbe mettere in ginocchio un comparto strategico per il Paese.

Le banche hanno sospeso già i finanziamenti in erogazione e i clienti stanno procedendo con l'annullamento degli ordini. Ciò significa porre nuovamente in serio pericolo migliaia di posti di lavoro e centinaia di milioni di euro di investimenti, denuncia l'associazione ANIE/GIFI.

Il quinto conto energia – che dal prossimo maggio sostituirà il quarto, in vigore da appena un anno - taglierà infatti drasticamente i sussidi al fotovoltaico, più che dimezzandoli. Secondo l'associazione Kyoto Club anche per le altre fonti rinnovabili e l’efficienza energetica si preannunciano interventi tali da rischiare di affossare “un intero comparto che il Governo vorrebbe contingentato su livelli annuali molto bassi”.

Kyoto Club denuncia anche l’assoluta assenza di un confronto dell'esecutivo con le associazioni di categoria per l’esame degli interventi sulla materia e chiede che il Governo incontri quanto prima gli operatori per un confronto sugli incentivi e sullo sviluppo di un settore costituito da migliaia di imprese “spesso con personale giovane e dinamico, che hanno investito ingenti risorse e che intendono farlo anche nei prossimi anni”.

“Uno scivolone del Governo sul fronte delle rinnovabili – denuncia Kyoto Club - rappresenterebbe un duro colpo per un settore vitale del Paese, una battuta d’arresto per le strategie energetiche italiane mentre tutta l’Europa sta rapidamente virando verso le energie verdi e anche un danno politico rilevante per il Governo Monti che aveva raccolto fiducia e stima in molte aree del Paese”.

A far discutere non sono stati però soltanto i contenuti del quinto conto energia, ma anche l'autore del provvedimento. Negli ultimi giorni infatti hanno suscitato polemiche le notizie circolate circa la possibilità che sia stata Enel a scrivere le due bozze del Quinto Conto Energia. Il Ministero dello Sviluppo economico ha però smentito la notizia circolata su alcuni organi di stampa definendola “del tutto infondata”.

martedì 12 ottobre 2010

Acqua in bottiglia? No, grazie. Ecco perché conviene bere dal rubinetto

L'acqua potabile che esce dal rubinetto di casa è sottoposta a controlli costanti e in molti casi si rivela di qualità superiore rispetto a quella in bottiglia. Ciononostante il 'belpaese' continua ad essere il maggior produttore al mondo di acqua in bottiglia, e gli italiani i suoi maggiori consumatori, con una spesa annua per famiglia che si aggira attorno ai 300 euro.


acqua rubinetto
Si calcola che una famiglia media italiana spenda circa 300 euro l'anno in acqua minerale. Un quarto di questa cifra sarebbe sufficiente a realizzare tutti i lavori di riparazione e ammodernamento di cui necessita la rete idrica

Ci sono storie che a raccontarle quasi non ci si crede. Sentite questa. È la storia di un paese ricchissimo d'acqua, uno dei più ricchi al mondo. Ci sono fiumi e torrenti, laghi e ghiacciai, falde sotterranee immense che gettano fuori zampilli di acqua cristallina. Questo paese, pensate un po', è stato anche il primo in cui si costruirono acquedotti monumentali che dai monti portavano l'acqua nelle piazze delle città.

Da anni l'acqua arriva nelle case dei cittadini. Qui, la qualità dell'acqua potabile è ottima, ed il suo prezzo, data la grande disponibilità, piuttosto modesto. Ecco, stenterete a crederci, ma questo paese è il più grande consumatore mondiale di acqua in bottiglia. Proprio così, il 98 per cento dei suoi abitanti – quasi tutti insomma – compra abitualmente acqua in bottiglia.

Quest'acqua viene prelevata alla sorgente da imprese private che, nonostante si stiano appropriando di un bene pubblico – le acque sotterranee sono demaniali – non pagano canoni di imbottigliamento, o ne pagano di irrisori. Dopodiché rivendono a prezzi altissimi ai cittadini quella stessa acqua che apparterrebbe loro di diritto.

Il paese in cui è ambientata questa storia è ovviamente l'Italia. Il perché di questo consumo smisurato è presto detto. Si riassume in qualche cifra ed una parola. Le cifre sono i 3,5 miliardi di euro di giro d'affari annuo, le oltre 300 marche, i circa 400 milioni investiti ogni anno in pubblicità. La parola, neanche a dirlo, è proprio quest'ultima: pubblicità.

C'è un bel video che spiega chiaramente come funziona il meccanismo pubblicitario applicato al mercato dell'acqua minerale.

Si tratta di un mercato che ruota attorno ad un bisogno indotto, nel quale la domanda deve sempre essere tenuta alta attraverso una opera pubblicitaria incessante e martellante. Come ebbe a dichiarare un ex-presidente della Perrier, una società produttrice di acqua del gruppo Nestlè, "tutto quello che si deve fare è portare l'acqua in superficie e poi venderla ad un prezzo maggiore del vino, del latte o anche del petrolio".

La pubblicità fa leva sulla sfera più istintiva e irrazionale della mente umana, dunque è difficile da contrastare con un ragionamento razionale. Ci proveremo comunque, sfatando alcuni miti e luoghi comuni e smascherando qualche inganno.

acqua in bottiglia
L'Italia è il maggior produttore d'acqua in bottiglia e noi i maggiori consumatori

Partiamo con la qualità dell'acqua, un argomento sul quale le pubblicità delle acque in bottiglia insistono molto. L'ultimo rapporto di Legambiente, realizzato in collaborazione con Federutility (la federazione delle aziende di servizi pubblici locali che operano nel settore idrico), testimonia come l'acqua che esce dai rubinetti italiani sia molto più controllata, e di qualità spesso superiore, rispetto all'acqua in bottiglia. Secondo i dati del marzo 2010 sono 250mila le analisi effettuate in un anno sull'acqua potabile nella città di Roma, altrettante in Puglia e 350mila in Provincia di Milano.

Inoltre alle acque minerali è consentito di contenere sostanze come l'arsenico, il sodio, il cadmio, in quantità superiori a quelle permesse per l'acqua potabile. Mentre non è permesso all'acqua potabile di avere più di 10µg/l (microgrammi per litro) di arsenico, la maggior parte delle acque minerali contengono 40/50µg/l di arsenico e non hanno neppure l'obbligo di dichiararlo sulle etichette.

E che dire poi dell'inquinamento? L'acqua del rubinetto non produce nessun tipo di rifiuto ed è, per così dire, a chilometro zero. Quella in bottiglia? Si calcola che per la sola produzione siano necessari 350mila tonnellate di pet (polietilene tereftalato) all'anno, il che significa 665 mila tonnellate di petrolio e l'emissione di gas serra di circa 910 mila tonnellate di Co2 equivalente. Senza contare la fase del trasporto, che in più dell'80 per cento dei casi avviene su gomma, e dello smaltimento, che vede la raccolta differenziata delle bottiglie attestarsi attorno ad un terzo del totale, mentre i restanti due terzi finiscono negli inceneritori.

E arriviamo all'aspetto più clamoroso: il prezzo. Il costo di un litro di acqua minerale in bottiglia supera fra le duecento e le mille volte quello di un litro di acqua potabile. Sarebbe come se fossimo disposti a pagare 10mila euro un piatto di pasta al ristorante, 3mila un panino, 2mila un chilo di patate. Probabilmente prenderemmo per pazzo chi tentasse di venderci una manciata di zucchine per qualche migliaia di euro; eppure continuiamo a comprare l'acqua in bottiglia.

Si calcola che una famiglia media italiana spenda circa 300 euro l'anno in acqua minerale. Un quarto di questa cifra sarebbe sufficiente a realizzare tutti i lavori di riparazione e ammodernamento di cui necessita la rete idrica italiana.

giovedì 23 settembre 2010

Freedom flotilla Onu: "Israele brutale Violati i diritti"

Durissimo il rapporto sull'attacco contro la nave pacifista turca diretta alla Striscia di Gaza, che provocò la morte di nove persone. Gerusalemme: "Relazione di parte"

Roma, 23 settembre 2010 - La Marina militare israeliana è responsabile di "gravi violazioni dei diritti umani" ed ha fatto ricorso a una “brutalità inaccettabile” durante il blitz del 31 maggio scorso contro la flottiglia di aiuti umanitari diretta alla Striscia di Gaza: “prove chiare” della responsabilità israeliana emergono dal rapporto pubblicato dalla Commissione d’inchiesta del Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, che ha indagato sull’arrembaggio alla nave turca Mavi Marmara, che provocò la morte di nove persone.


Le conclusioni del lavoro
d’indagine rappresentano dunque un duro atto di accusa contro Israele, al punto da ipotizzare “il sostegno a eventuali procedimenti in giustizia per omicidio intenzionale, tortura e trattamenti inumani che hanno causato intenzionalmente grandi sofferenze o ferite gravi”. Ma appurare con certezza le singole responsabilità sarà tutt’altro che facile, si lascia intendere.

“Gli autori dei crimini più gravi avevano il volto coperto e non possono essere identificati senza l’assistenza delle autorità israeliane”, hanno scritto gli esperti Onu. Da qui, la necessità di un nuovo appello allo Stato ebraico affinché cooperi pienamente per permettere la loro “identificazione in attesa di perseguire i colpevoli”. Una richiesta che Israele, già in passato, ha più volte rispedito al mittente, preferendo collaborare con un diverso team d’inchiesta delle Nazioni Unite, guidato dall’ex primo ministro neozelandese Geoffrey Palmer e dall’ex presidente colombiano Alvaro Uribe.
Questa commissione sta tuttora procedendo alle indagini e non ha ancora comunicato le sue conclusioni.

Una posizione ferma, quella israeliana, che non ha subito cambiamenti neppure in questa occasione.
Sebbene Israele sia stato accusato di avere agito in modo “sproporzionato alle circostanze” e di avere fatto ricorso a “livelli di violenza assolutamente inutili e incredibili”, la replica è la stessa di sempre. “La relazione è incompleta e di parte, come l’organismo che l’ha prodotta”, ha fatto sapere il ministero degli Affari Esteri. Secondo la leadership dello stato ebraico, le indagini interne condotte sull’incidente della flottiglia di Gaza sarebbero già sufficienti e qualsiasi altra iniziativa “è superflua e improduttiva”.


Da parte sua, il ministro
turco degli Affari Esteri Ahmet Davutoglu ha salutato con soddisfazione “l’estrema imparzialità” dell’inchiesta Onu, “basata su prove solide”. “Risponde alle nostre attese. Spero che gli israeliani, in futuro, possano agire nel pieno rispetto del diritto internazionale”, ha aggiunto il capo della diplomazia di Ankara.
Insomma, sul blitz alla Mavi Marmara, Turchia e Israele stanno ancora su posizione opposte. Le relazioni tra i due paesi restano tese e, al momento, non ci sono i presupposti per sperare in rapidi progressi. Il mancato incontro a New York tra i rispettivi presidenti, Abdullah Gul e Shimon Peres, entrambi presenti ai lavori dell’Assemblea nazionale dell’Onu, ne è evidente conferma.

Ankara ha detto chiaramente che le scuse di Tel Aviv non salderebbero il conto. “E’ fuori questione che le scuse di Israele possano significare che ‘tutto è alle spalle, tutto è finito, lasciamo che i morti seppelliscano i morti e occupiamoci dei vivi’. Tutti sanno che la Turchia non si comporterà così”.